Derby: quando il silenzio urla più di un coro
Roma –Lazio: Derby. Non chiamatelo spettacolo. Non chiamatela festa. Quello a cui abbiamo assistito nelle ultime giornate, è il punto di non ritorno di un calcio che ha smarrito la sua anima.
Il Derby, la partita che per definizione dovrebbe incendiare i cuori di una città, si sta trasformando in un teatro di rabbia, assenze pesanti e una volontà nascosta: quella di non giocare.
La decisione di gran parte delle tifoserie organizzate di disertare gli spalti o di restare in un silenzio tombale per l’intera durata del match non è stata un capriccio.
È stato un atto di resistenza passiva. Vedere i settori più caldi svuotati, o peggio, popolati da spettatori immobili e muti, è lo schiaffo più forte che si possa dare a chi pensa che il tifoso sia solo un cliente da spremere economicamente.
La strana sensazione che ci assale di non voler “non giocare” è passata dalle tribune al campo, con un’aria pesante che ha soffocato ogni spunto agonistico. Ma contro chi è rivolta questa furia?
Sul banco degli imputati: società e Lega
Contro la Proprietà: la contestazione ha due bersagli chiarissimi, che non lasciano spazio a interpretazioni. Si contesta una gestione distaccata, fatta di bilanci e algoritmi, che calpesta la storia e l’identità del club.
Il tifoso si sente tradito da una dirigenza che parla di “brand” ma dimentica il sudore della maglia.
Contro la Lega calcio: il “palazzo” è accusato di aver svenduto il calendario al miglior offerente. Orari improponibili, diritti televisivi e una burocrazia repressiva che colpisce l’amore sano, lasciando impuniti i veri problemi del sistema.
Uno dei messaggi apparsi sulle cancellate dello stadio: “Volete il calcio dei teatri e del business? Godetevi questo silenzio. Noi siamo l’anima, voi siete solo il prezzo del biglietto”.
Il fallimento di un sistema
Il “Derby della rabbia” non è tale per quello che succede in campo, ma per quello che rappresenta fuori. Quando la passione si trasforma in indifferenza o in aperta ostilità, significa che il giocattolo è rotto.
La Lega e le Società farebbero bene a non ignorare questo segnale. Perché uno stadio senza cori non è uno stadio: è un cimitero di emozioni.
E un calcio senza emozioni è semplicemente un prodotto scadente che nessuno, prima o poi, vorrà più acquistare.
Derby della rabbia, per la sordità del potere e per la morte della passione. Il sipario è calato, ma stavolta non ci sono applausi. Solo un gelido, meritato, dissenso.


