Il lunedì sera dell’Olimpico si è aperto sotto una coltre di silenzio assordante, un vuoto che ferisce più di una sconfitta. Prima del fischio d’inizio di Lazio-Sassuolo, Maurizio Sarri ci ha messo la faccia, quasi con un grido d’aiuto: il Comandante ha chiesto ufficialmente alla società di tendere una mano ai tifosi, di risolvere una protesta che sta trasformando la casa biancoceleste in un teatro gelido. Giocare senza il proprio popolo è un handicap che questa squadra, fragile e colpita dalla sfortuna, non può più permettersi. Eppure, proprio nel momento di massima solitudine, è emerso l’orgoglio di chi porta l’aquila sul petto. La gara è stata un’altalena di emozioni brutali. Dopo soli novanta secondi, Daniel Maldini ha acceso una fiammella di speranza ribadendo in rete un pallone sporco, regalando un’illusione di facilità subito spenta dalla realtà.
La Lazio in questi giorni ha dovuto fare i conti con l’assenza pesante di Provedel ma la sfortuna non si è sentita appagata: l’uscita forzata di Cataldi ha allungato la serie di occupanti dell’infermeria. Il pareggio di Laurienté al 35′ è arrivato come una doccia gelata, rinvigorendo i fantasmi di una crisi che sembrava non avere fine. Ma il calcio, a volte, sa essere poetico nella sua crudeltà. Quando il cronometro segnava il 92′ e lo spettro dell’ennesimo mezzo passo falso aleggiava sul prato dell’Olimpico, Adam Marusic ha svettato più in alto di tutti. Il suo colpo di testa su assist di Cancellieri non è stato solo un gol da tre punti, ma un ruggito di appartenenza. Il 2-1 finale è una vittoria di nervi, di rabbia e di amore ferito. Sarri ha ottenuto la sua risposta dal campo, ora la palla passa alla società.


